MOSTRA

a cura di
ELENA VOLPATO

La Centrale, Nuvola Lavazza
via Ancona 11/a — Torino
1—3 NOV 2019

“My work is a deeply unbound practise of art thinking and art making within which I try to move around driven by my strong sense of openness and the freedom to follow the flow of intuition.” MN

L’esposizione è una panoramica dello sterminato campo aperto nel quale Nannucci ha sperimentato la propria creatività al di fuori delle forme artistiche tradizionali. Ha liberato la propria espressione da griglie prestabilite, aprendosi alle più varie discipline: dalla Poesia Concreta e Sonora alla musica, fino a intersecare campi di sapere scientifico. Vi sono raccolti diversi tipi di edizioni e di multipli realizzati da Nannucci in più di cinquant’anni di lavoro, tra il 1967 e il 2019. Per la prima volta si possono vedere nel loro insieme centinaia di pezzi tra libri d’artista, riviste, dischi, cataloghi, poster, cartoline, stampe, neon, multipli ed efemera di ogni genere.

Nannucci si è mosso con indipendenza, oltre i limiti consueti del linguaggio artistico. Ha fatto dei territori espressivi che il sistema dell’arte considera marginali il suo nucleo centrale di ricerca. Ha donato leggerezza e nuova vitalità allo statuto dell’opera d’arte. Si è spogliato di categorie, limiti, obblighi e legati, utilizzando i multipli e le edizioni come forme agili di diffusione e scambio di idee. Ha dato vita a una rete di rapporti internazionali con altri artisti. Ha organizzato mostre ed eventi musicali, redatto antologie, pubblicato riviste e ogni altro tipo di edizione, agendo come un architetto di situazioni, capace di ideare e organizzare spazi e tempi alternativi per le sue opere e per quelle degli artisti della sua generazione.

I lavori in mostra non si esauriscono nella loro efficacia comunicativa o nell’energia che si sprigiona dalla creatività di una così estesa collettività artistica, che pure sono aspetti di una forza sorprendente, ma ogni opera è anche un saggio della capacità di Nannucci di ‘leggere il linguaggio’, di far emergere tanto la bellezza del suo riverbero sociale, della molteplicità delle lingue, delle espressioni, del loro modo di intrecciarsi con l’infinito piano visibile e sonoro del mondo, quanto di scorgere e ascoltare il riverbero più profondo delle parole, la loro zona d’ombra, lì dove il significato sembra ritrarsi per parlare attraverso un’assenza.

Nannucci, tra tutti gli artisti che tra gli anni Sessanta e Settanta hanno incominciato a utilizzare il linguaggio, muovendosi tra lo sterminato territorio della stampa e quello dei neon, è colui che ha fatto risuonare l’aura delle parole, che ha raccolto il tema del silenzio posto al cuore della moderna poesia europea e della filosofia del linguaggio a lui contemporanea e lo ha fatto deflagrare, con buona dose di ironia, sotto gli occhi di tutti, evocandolo a chiare lettere su poster, nelle città, su edifici e architetture, su infiniti oggetti e pubblicazioni che passano di mano in mano e raccontano tutta la complessità delle parole che usiamo e delle idee che nutriamo sul senso dell’arte e del mondo.